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Titolo: Il colonnello Esmond (Vanity Fair) di W. M. Tackeray

Autore: Lorenzo Gigli

Data: 1939-08-30

Identificatore: 1939_237

Testo: IL LIBRO DELLA SETTIMANA
Il colonnello Esmond
Ne parliamo come d’una novità poiché è la prima volta che si traduce nella nostra lingua questo romanzo d’un classico inglese dell’Ottocento che lo considerava il proprio biglietto di visita per la posterità. Il classico è Tackeray; ed egli di biglietti ce n’ha lasciati altri, e prima di tutti Vanity Fair (1847) e quel Book of Snobs, anteriore di cinque anni, che anche da noi sono generalmente noti. Ma vedete il caso di questa Storia di Henry Esmond, colonnello di Sua Maestà la Regina Anna, scritta da esso (il titolo è lungo ma chiarificatore), ottimamente tradotta e presentata da Luigi Berti nelle edizioni Einaudi (L. 20). Si tratta d’un romanzo storico, scritto da Tackeray a quarantini anno, nel 1851; e può reggere vantaggiosamente il confronto, nonché con molti modelli del genere, con lo stesso capolavoro tackeraiano, universalizzato persino da trascrizioni cinematografiche che ne hanno reso popolari personaggi ed episodi e legato, mettiamo, la memoria di Becky Sharp alla indiavolata interpretazione d’un’attrice del tipo di Miriam Hopkins. Tanto per dire della forza di penetrazione nella massa d’uno scrittore come Tackeray dotato di qualità superiori di stile e d’una sensibilità raffinatissima da uomo tutto nervi e per giunta malato, stanco e infelice. Ma la biografia di Tackeray ciascuno può andare a leggersela nelle enciclopedie. Qui basterà aggiungere che l’Esmond venne alla luce in un periodo particolarmente disgraziato della sua esistenza; e che ritrae la società e gli avvenimenti dell’epoca delle lotte fra i pretendenti al trono inglese che seguirono alla restaurazione degli Stuart, alla fine del Seicento, mentre la guerra di successione spagnola, insanguinando l’Europa nella pianura padana, sul Danubio e sul Reno, metteva di fronte le vecchie nemiche, Francia e Inghilterra, destinate a passare per tante successive esperienze che le avrebbero poi, due secoli e mezzo più tardi, condotte a intendersi sulla pelle delle nazioni povere.
Ma questa è tutt’altra storia (la storia dei nostri giorni... ). Per tornare a Tackeray e all’Esmond, noteremo che lo sfondo non è che un pretesto, sta a sorreggere la psicologia, il concentramento espressivo del modo con cui nel gioco rischioso della fantasia si congiungono le passioni nell’intimo e come sinceramente si proiettano all’esterno e si insediano nella realtà quei fantasmi colti, per un’innata virtù, nell’anima. Sono parole del Berti; il quale presentando il romanzo avverte apparire la maestà di Esmond come posta in mezzo ad un ampio quadro, in abito di gala, «mentre i personaggi per l’interiore vitalità del protagonista si muovono intorno alla sua vastezza come un pallido popolo su un tenue chiaroscuro di paesaggio ». Romanzo, dunque, di statura e di plasticità straordinarie e di grandiosa e armonica architettura. E da stupirsi, se mai, che non sia stato tradotto prima.
William Makepeace Tackeray in un disegno del 1852

File: PDF, TESTO

Collezione: Diorama 30.08.39

Citazione: Lorenzo Gigli, “Il colonnello Esmond (Vanity Fair) di W. M. Tackeray,” Diorama Letterario, ultimo accesso il 22 febbraio 2024, https://www.dioramagdp.unito.it/items/show/2654.