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Titolo: Manzoniana

Autore: Nicola Moscardelli

Data: 1936-11-26

Identificatore: 1936_94

Testo: Manzoniana
Bergeret su queste stesse colonne ha lamentato (ma veramente egli non lamenta: mette la punta del pennino sul gonfiore e registra impassibile, o pare, gli strilli del paziente) che Alessandro Manzoni sia stato dimenticato nel catalogo dei grandi creatori di romanzi abbozzato da uno straniero in un discorso in lingua italiana pronunciato dinanzi ad un pubblico italiano.
Bergeret dice « attuali non sono il casto amore di Lucia e la rivelazione morale dell’Innominato: non la mite allegrezza, l’umile fortezza, lo schiaramento della umana miseria col lume della misericordia divina. Artista e grande artista, l’anticristiano Carducci poté arrivare a comprendere il cattolico Manzoni; il mezzo cristiano qualunque non ci arriva. Perché il tramite della bellezza, universalità dell’arte, gli è precluso ».
Ben detto ed esatto. Credo però che ci sia anche dell’altro. La fama di Alessandro Manzoni è una di quelle che più si prestano agli equivoci. Tutti lo lodano, lo ammirano, l’esaltano. Pochissimi lo leggono. La maggioranza del pubblico ricorda di lui quello che ne conobbe a scuola, nel tempo cioè in cui si vede Omero attraverso gli aoristi, Virgilio attraverso gli esametri, ed i più alti poeti e pensatori altro non sono che creatori di costrutti sintattici da sdipanare, fabbricanti di frasi da mandare a mente.
Manzoni non sfugge alla sorte: e caduto in mano degli scolari, questi non vedono di lui che il grammatico, lo stilista — e nulla più. Per metà è colpa della scuola, ma per metà è colpa, se si può dire così, di Manzoni.
Come può uno scolaro leggere attraverso quel sottilissimo, ma compositissimo, velo di distacco, serenità, e giungere alla realtà poetica di Manzoni? Pochi autori sono più difficili di lui, appunto per la sua compostezza, per la sua apparente semplicità e per la sua apparente bonomia. Si parla di ironia manzoniana, ma si dovrebbe parlare di sarcasmo. Parente strettissimo di Swift i suoi personaggi sono veduti in una luce che è realista soltanto agli occhi di chi non ha mai veduto il vero. Il cardinale Borromeo o Fra Cristoforo, l’Innominato o la Monaca di Monza non hanno statura umana: sono, nel bene e nel male, gigantesche proiezioni di altrettante gigantesche creature che vivevano nel multanime petto del loro mite, secondo la leggenda, creatore.
La mitezza manzoniana, la bonomia manzoniana! Quali illusioni di gente che vuole andare a letto tranquilla ad ogni costo, Manzoni è l’acqua calma, di cui tutti sanno che rompe i ponti. Egli interviene ad ogni passo nel racconto ma non mai per calcare la tinta con una riflessione di sapore amaro, sì bene con una esclamazione che vorrebbe aver l’aria di ricondurre a più piccola misura la proporzione del fatto che ha narrato quando questo urta con la legge morale. E coloro i quali credono alla modestia manzoniana sol perché egli si assegnò venticinque lettori, credono nell’inesistente. È quella la modestia di coloro i quali sanno di aver scritto parole che non più di venticinque persone possono capire.
A questo gioco sottilissimo di luci ed ombre, si aggiunga la natura del suo stile, ossia la naturale veste di quel pensiero. I periodi di Manzoni sono i più complessi di tutti gli scrittori italiani. Un periodo di Boccaccio, con i suoi latinismi di dettato e con la sua costruzione latineggiante, è un modello di semplicità di fronte al periodo di Manzoni dentro il quale il pensiero viene sfaccettato e messo sotto tutte le luci, sicché sembra di vederlo cangiare di colore, di peso, e quasi di significato, di proposizione in proposizione. Gli è che Boccaccio vedeva il mondo da un solo punto: Manzoni da tutti i punti: la luce di Boccaccio è quella del riflettore volto ad un oggetto: la luce di Manzoni è il raggio di sole nel cristallo che si rifrange in cento iridescenze.
Tornando al principio, dunque, uno scolaro non può capire Manzoni: egli si fermerà al racconto, piuttosto semplice, degli avvenimenti e giustamente concluderà che un qualunque romanzo d’appendice è più ricco e vario di vicende che non il romanzo manzoniano. Il che è verissimo. La ricchezza di un romanzo di Eugenio Sue, per esempio, non è nemmeno paragonabile alla povertà dell’intreccio manzoniano. Ma è un fatto altrettanto certo che i capolavori sono ricchi di una varietà intrinseca, di modo che essi non esauriscono il loro interesse nella conoscenza dell’intreccio, ma sono sempre nuovi, sempre interessanti, anche quando si sa perfettamente come va a finire. Rileggete, se vi riesce, un romanzo di Sue, così vario, brillante, interessante. Manzoni, al contrario, si rilegge. Anzi, non lo si legge davvero che alla seconda lettura.
Manzoni non ha un pubblico: ha dei lettori: quei famosi venticinque lettori i quali valgono bene un pubblico.
D’altra parte il pubblico stesso non ha colpa di questa omissione. Si comincia a profilare una vera e propria colpa quando uno scrittore parla di romanzieri e tralascia Manzoni, come nel caso citato da Bergeret. Ma il caso suddetto è uno dei tanti casi. Tre anni fa una rivista francese interrogò i maggiori romanzieri e critici francesi sul romanzo. Molti di essi tracciarono una storia, sia pure sommaria, del romanzo. Nessuno citò Manzoni. E basta interrogare un qualunque straniero amante di lettere per sentirsi rispondere che egli non ha mai letto I Promessi Sposi.
Ma c’è anche un altro caso, che è quello che può illuminarci.
Il caso, cioè, dell’uomo che conosce Manzoni e parlando del romanzo non cita lo scrittore lombardo. Ciò sembra inspiegabile: ed anche colpevole. Ma la verità credo sia diversa.
La parola romanzo, dopo i grandi capolavori che la hanno illustrata, ha assunto un significato nel quale la storia di Renzo sta a disagio. Il romanzo tende al romanzesco: di più, tende alla descrizione di costume. Quando noi diciamo romanzo, alludiamo, magari a nostra insaputa, ad un genere di scrittura buona a far passare il tempo, a distrarre: ma distrarre nel senso meno alto: ancora un poco, e si scende al libro da leggersi in treno.
I grandi libri che noi chiamiamo romanzi, I Promessi Sposi, Guerra e Pace, I Fratelli Karamazov, I Malavoglia, fanno parte di un’altra razza d’opere. Aveva ragione Tolstoi quando diceva che il suo romanzo era l’Iliade dei nostri giorni: con quelle parole egli ci mette sull’avviso.
Per tornare a Manzoni: come definì egli il suo libro? Ecco, con una delle sue sottili mosse lo chiamò « storia milanese del secolo XVII »: quasi a dire: tali erano. gli uomini, a Milano, nel secolo XVII, mentre altrove!... Ma noi togliamo tutte le condizionali poste dall’autore e lasciamo viva la parola « storia ». Storia degli uomini. Storia di ciò che sono, di ciò che vorrebbero essere: e soprattutto di ciò che potrebbero essere; scritta da un poeta.
Nicola Moscardelli.

File: PDF, TESTO

Collezione: Diorama 26.11.36

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Citazione: Nicola Moscardelli, “Manzoniana,” Diorama Letterario, ultimo accesso il 25 maggio 2024, https://www.dioramagdp.unito.it/items/show/2310.